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Un articolo sulla Patrona dell’Umanità, Santa Muerte e altre morti

santa muerte patrona

[Riproduco qui un interessante articolo di Giuseppe Maria Silvio Ierace su NienteAnsia.It, intitolato “La Patrona dell’umanità come spettacolo, il pensiero come terapia” in cui si cita anche il libro Santa Muerte Patrona dell’Umanità insieme a una più ampia bibliografia]

In una celebre canzone di De André (“Testamento”), si rende testimonianza del fatto che si può morire in tanti modi, ma quasi sempre in solitudine. Sant’Agostino decide di rimanere “solo cum sola”; al contrario, Socrate passa i suoi ultimi istanti in conversazione, come Petronio a banchetto. Kant accetta la fine con un’esclamazione lucida: “Es ist gut”, mentre il sordo Beethoven serra il pugno in segno di rifiuto e ribellione. Per chi vi vede la permissione divina, nella prospettiva d’un incomprensibile bene maggiore, sarebbe come la rassegnata obbedienza a una simbiosi purificatrice.

Si tratta d’un transito, come delucida Rabindranath Tagore: “La morte non è lo spegnersi della luce. È soffiare sulla lampada perché è giunta l’alba”. Al massimo, d’uno scomparire, come nella concezione di Fernando Pessoa: “La morte è la curva della strada. Morire è solo non essere visto”.

“Né il sole, né la morte si possono guardare fissamente”, asseriva François de la Rochefoucauld. E dunque, probabilmente, non riusciremo a cogliere né la cessazione della funzione biologica, tanto meno la decomposizione corporea, semmai l’annullamento, una sottrazione dell’immagine, un mutamento di luogo, la ciceroniana “commutatio loci”.

“La morte non è nulla per noi giacché quando noi siamo la morte non è venuta e quando è venuta non siamo più”, sentenziava a ben ragione Epicuro. Ciò però avrà consentito di rivelare le nostre opere (Siracide 11, 27), in quanto è proprio la fine d’una storia a farcene comprendere il significato. Tutto ciò che ha un inizio ha pure un termine e questo avrà fornito o un senso di sazietà o un conato di nausea.

Forse, a differenza di altre creature, l’uomo è consapevole d’essere mortale. In questa conoscenza, per Martin Heidegger, consiste la sostanza stessa della vita: “Solo l’angoscia della morte rende l’uomo se stesso perché lo strappa dalla banalità dell’esistenza non autentica”. Dolore e morte sono le esperienze che più ci rendono umani, relativizzando tutti i nostri limiti.

Si vive dunque in attesa della fine, morendo progressivamente un po’ alla volta: “Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio” (Salmi 90, 12). Il “Cotidie morior” di Seneca rammenta che la morte ci sta sempre dinanzi, non come un imprevisto, ma quale unica assoluta certezza. Anche se, poi, magari in cuor suo, nessuno è pienamente convinto d’estinguersi definitivamente e nutre speranze in qualche fideistica forma di sopravvivenza: “Chi non ha speranza nella vita futura, non vive nemmeno in questa” (Lorenza il Magnifico).

“L’angoscia della morte è il verme al centro d’ogni nostro pensiero” diceva William James, ma ci sono vari modi di reagire all’idea, scrive Luciano Verdone, in “Il pensiero come terapia” (Paoline, Milano 2014): non pensandoci, per esempio, o facendone al contrario l’oggetto centrale della propria riflessione; razionalizzandola per la sua ovvia naturalezza, ovvero in un rinnovamento alchemico (Igne Natura Renovatur Integra) che trasforma l’esistenza in tutto o in parte, come nella reincarnazione; persuadendosi di poter rappresentare un’eccezione, oppure di sopravvivere, almeno nel ricordo dei propri cari; negandola in un controinvestimento illusorio o spettacolarizzandola platealmente.

L’effetto dell’esibizione del macabro crea insensibilità e indifferenza nei confronti della sofferenza. Soltanto una netta tendenza sadica potrebbe giustificare la ricerca di piacere nel cortocircuito emotivo dell’altrui umiliazione.

Le pubbliche immolazioni soddisfacevano questa sorta di fascinazione, con annesse dipendenza e assuefazione. E il paragone che sovviene più immediatamente riguarda il voyeurismo pornografico, per via della vicinanza d’una certa concezione del sesso con la violenza.

L’esibizione di esecuzioni sommarie sono concepite o per esacerbare l’odio e stimolare l’aggressività, oppure per incutere terrore, servendosi della teatralizzazione dell’assassinio in modo da esercitare pressioni politiche.

Abdelwahab Meddeb spiega, in “Contre-prêches” (2006) che il rito del sacrifico di ʿīd al-naḥr (“festa dello sgozzamento”) celebra la sostituzione della bestia all’uomo, mentre la recente spettacolarizzazione, invertendo i termini, riporta alla barbarie che precedeva il gesto di Abramo. Del resto, come affermava Diderot, è molto più facile per un popolo civilizzato ritornare alla barbarie che per uno barbaro avanzare verso la civiltà.

In “La violence et le sacré” (1972), René Girard c’insegna come il rito sacrificale sia fondato su due sostituzioni. Non solo quella della vittima espiatoria con la sacrificale, animale, ma anche di una sola al posto di tutti i membri della comunità. Un rito catartico purifica dalla violenza, prevenendone il contagio. Perisce il capro espiatorio affinché si salvino tutti gli altri.

Lo spettacolo della violenza è invece invasivo e contagioso e mira inesorabilmente alla moltiplicazione delle vittime, all’incrudelimento della tortura, all’estremizzazione del gesto nella perpetuazione d’un’abitudine che sopraggiunge inevitabilmente.

Il problema attuale poggia sul fatto che la società in cui viviamo svolge prevalentemente i suoi riflessi su altre immagini in cui l’interruzione tra finzione e realtà non risulta chiaramente definita, lasciando sufficiente spazio all’ambiguità, all’indifferenza, all’assuefazione. E una perdita di coscienza del reale teatralizza ogni avvenimento, anche il più crudo.

“Che si tratti di un dipinto, di una scultura, di una fotografia o di un video, – scrive Michela Marzano in “La Morte come spettacolo. Indagine sull’Horror reality” (Mondadori, Milano 2013) – una rappresentazione è innanzi tutto frutto di una scelta. Rappresentare un oggetto significa non soltanto copiarlo o metterlo in immagine, ma dargli un valore, animarlo; significa designarlo come un ‘oggetto particolare’, attribuendogli un senso nuovo; significa evocarlo, farlo apparire, renderlo presente”.

In una rappresentazione artistica, ciò che potrebbe suscitare orrore e disgusto viene sublimato. La spettacolarizzazione attraverso l’arte svolge quindi questa funzione di sublimazione, permettendo agli uomini di dominare le loro paure.

L’arte traduce l’intenzione che si concretizza nello scarto tra la realtà e la creatività, o più semplicemente in un punto di vista. Ogni “testimonianza” e ogni “testamento” filtrano la verità e si soffermano su dei dettagli. Qualsiasi comunicazione delimita i propri contorni nella particolare cornice d’un’angolazione.

La sensibilità dell’autore definisce il contesto, quella dell’osservatore mantiene le distanze. Il rapporto delle due visuali scelte non necessariamente ripropone quello tra l’immagine e la realtà rappresentata. E il contatto tra le emozioni soggettive e i dettagli trattenuti deragliano verso un’ulteriore costruzione secondo gusti, desideri, interessi, e ossessioni del tutto personali.

 

Questa differente sensibilità, per molti versi, ci viene evidenziata da Katia Perdigόn, in “Una relaciόn simbiόtica entre la Santa Muerte y el Niño de las Suertes” (2008).

Un innocente infante giace addormentato su di un cranio, in una rappresentazione di co-presenza dell’alfa e dell’omega. Chi trionfa su chi? La sconfitta della condizione mortale è segnata sin dall’inizio, il neonato Gesù è destinato a confrontarsi con il supplizio della croce e, nella greppia del presepe, si trova già disteso un cadaverino!

“Memento mori”, forse, del secondo avvento del Cristo, per assicurare l’ascensione di tutta l’umanità al regno dei cieli?

La scultura in legno policromo del tempio di Tacubaya raffigura la premonizione di Gesù bambino circa la sua successiva Passione, a chiusura d’un ciclo, secondo una simbologia coerente e funzionale a una potenza iconica magnetica ed esplosiva.

La versione ibrida di San Giuda Taddeo ha il viso emaciato e il suo bastone ricurvo ha già assunto la forma della falce mietitrice. Mentre, nella provincia argentina di Corrientes, è venerato San La Muerte, di genere maschile, ma con l’analoga scansione sillabica che lo rende simile alla Santa Muerte messicana.

Santito, San Justo, Santo Esqueleto, San Severo de la Muerte, Señor de la Paciencia, Ayucaba. Le antiche religioni autoctone dei guaranì della sponda orientale del Rio Paranà erano impostate sulla venerazione delle ossa degli antenati a cui richiedere protezione e conforto. Con l’arrivo dei Gesuiti, sarebbe avvenuta una mescolanza tra le tradizioni locali e il cattolicesimo, a diffusione limitata, ma non clandestina come in Messico.

Il santo argentino, secondo la leggenda, sarebbe stato un monaco francescano perseguitato con l’accusa di stregoneria e, in carcere, divenuto letteralmente uno scheletro minaccioso. Più verosimilmente, l’iconografia sarebbe una reinterpretazione delle raffigurazioni dei trionfi del Cristo sulla morte rappresentata da immagini scheletriche.

Come il messicano Jesùs Malverde, detto “il Bandito Generoso” o “l’Angelo dei Poveri”, il Gauchito Antonio Gil è stato un combattente clandestino, difensore dei deboli, condannato al supplizio e all’esposizione pubblica dei miseri resti per evitare le eventuali emulazioni. Da qui la santificazione e la riproduzione iconografica come cadavere decomposto.

Carlo Severi (2008) ha studiato le figure di “Dame Sébastienne et le Christ Fléché” del Nuovo Mexico, ma diffusi anche in Arizona. Il passaggio di genere, in questo caso, ha determinato una reinterpretazione della sensualità agonica del Santo “venerabile” (letteralmente in greco) in Donna Sebastiana, mentre l’Ecce Homo viene rappresentato con nel costato delle frecce, probabilmente per rammentare il pericolo e le insidie di Apache e Comanche.

Localmente, al posto della falce, il trionfo della morte s’inscena scoccando dardi per ribadire la terrena vittoria sul Cristo seviziato. I defunti (Hermanos del Otro Mundo) approfitterebbero della Settimana Santa per celebrare la Pasqua con i vivi. Mentre i Penitentes della Cofradía de los Hermanos de la Santa Sangre organizzano cruente riproduzioni della Passione con flagellazioni e crocifissioni reali.

A quaranta chilometri da Oaxaca, si trova il sito archeologico zapoteco di Mitla, nome castigliano per Mictlán, luogo dei morti. Abbracciando una delle colonne della sala d’accesso al palazzo principale, si può controllare lo spazio che manca per congiungere la punta delle dita delle mani e calcolare quanto resta da vivere.

La regione centrosettentrionale di Zacatecas, abitata dai wixarika, o huichol, si caratterizza per i colori sgargianti dei prodotti artigianali dalle forme psichedeliche, che riproducono le linee sinuose del peyote, o hikuri.

Il sito archeologico di Tula è un altro luogo mistico tolteco, famoso per i suoi “Atlanti” dai tratti indigeni, alti cinque metri. Nel vicino villaggio di Tepatepec si venera una rustica scultura scheletrica, in legno, dotata di scettro, tunica e corona, inspiegabilmente chiamata San Bernardo e pertanto festeggiata il 20 agosto, ma anche a Pasqua.

 

In base alla considerazione di William Rowe e Vivian Shelling (1993), “il cattolicesimo popolare è tanto strumentale quanto mitico. Come fedele riproduzione d’un sistema di patronato, la relazione tra i santi e i fedeli consiste in uno scambio di promesse d’intervento divino in circostanze difficili della vita. Ma tutto ciò viene interpretato entro un quadro di riferimento conoscitivo mistico che piega la realtà attraverso accadimenti straordinari e misteriosi, irriducibili a una realtà empirica”.

“A partire dalla religione ufficiale come appartenente ai gruppi popolari, subalterni o marginali, in una relazione di classe, potere e dominazione”, aggiunge Noemì Quezada (2004), si spiega la devozione degli strati più vulnerabili continuamente creata e ricreata per i cosiddetti “santi della crisi”, come li definisce Fabrizio Lorusso, in “Santa Muerte, patrona dell’umanità” (Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, Viterbo 2013).

I motivi principali della rappresentazione di questa alterità rispetto alle confessioni egemoniche, per Jean-Pierre Bastian (2003), sarebbe da ricercare soprattutto nella “transnazionalizzazione delle reti di comunicazione, l’impoverimento e anomia delle masse, l’assenza di movimenti sociali autonomi e un gioco politico chiuso, il fallimento del cattolicesimo radicale e la perpetuazione delle strutture cattoliche articolate con lo Stato”.

Il medesimo patronato, che attribuisce a un Sant’Antonio la facoltà di restituire a mogli fedeli mariti fedifraghi, lo si estende alle “anime solitarie”, tra le quali va annoverata quella Juan Minero, prototipo di chi condusse una vita violenta, infelice e tragica, fino alla sua morte, divenendo poi uno spirito inquieto, sia per i peccati sia per la morte improvvisa e cruenta. Condannato a lavorare instancabilmente nel dolore e nelle miniere di carbone del Purgatorio, per alimentare la fiamma soprannaturale del sito infernale. “Con los santos nombres de Dios, invoco a los espíritus de Dominación, las ánimas errantes, los espíritus de desesperación. El espíritu del Juan el Conquistador, el espíritu de la Encrucijada, el espíritu de Juan Minero, el espíritu de Juan de Dolores y el de Juan del camino peligroso. Invoco a los espíritus de los cuatro vientos. Invoco al alma del Anima Sola…” (Con i santi nomi di Dio, invoco gli spiriti di Dominazione, le anime erranti, gli spiriti della disperazione. Lo spirito di Giovanni il Conquistatore, lo spirito della Crociata, lo spirito di Juan Minero, lo spirito di Juan de Dolores e di John del sentiero pericoloso. Invoco gli spiriti dei quattro venti. Esorto lo spirito dell’Anima Sola …).

Lorusso è però del parere che: “sebbene si cerchi di far credere il contrario, la festa del Día de Muertos è molto probabilmente un’invenzione meticcia relativamente recente e non una tradizione precolombiana fusa con quella cattolica”. E questo varrebbe per tutte le decorazioni e le offerte sugli altari, prodotti d’una compravendita autunnale: teschi di zucchero, pan de muertos, caballitos (bicchierini) di tequila, scheletri di carta velina, petali di cempasúchil (Tagetes erecta, o calendula Azteca), candele, incenso. Il tutto sarebbe frutto d’un controinvestimento dell’angoscia, ritrasmesso come elemento tipico d’una cultura, nella spettacolarizzazione della morte.

 

Giuseppe M. S. Ierace

 

Bibliografia essenziale:

Agamben G. Homo Sacer: Sovereign Power and Bare Life, Stanford University Press, Stanford 1995

Bastian J.-P. La mutaciόn religiosa de América Latina. Para una sociología del cambio social en la modernidad periférica, Fondo de Cultura Econόmica, México 2003

Girard R. La violence et le sacré, Éditions Bernard Grasset , Paris 1972

Hobsbawm E. J. E. Bandits, Delacorte Press, New York 1969

Hobsbawm E. J. E. The Invention of Tradition, Cambridge University Press, Cambridge 1983

Ierace G. M. S. Trittico: la morte come spettacolo, http://www.nienteansia.it/articoli-di-psicologia/atri-argomenti/trittico-la-morte-come-spettacolo/8708/

Lorusso F. Santa Muerte, patrona dell’umanità, Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, Viterbo 2013

Marzano M. La Morte come spettacolo. Indagine sull’Horror reality, Mondadori, Milano 2013

Meddeb A. Contre-prêches, éd. du Seuil, Paris 2006

Niola M. I santi patroni, Il Mulino, Bologna 2008

Perdigόn K. Una relaciόn simbiόtica entre la Santa Muerte y el Niño de las Suertes, Liminar. Estudios Sociales y Humanísticos, Vol. VI (1), Enero-junio 2008

Quezada N. Religiosidad popular México-Cuba, Plaza y Valdés-Unam, México 2004

Rowe W. y Shelling V. Memoria y modernidad. Cultura popular en América Latina, Grijalbo (Los Noventa), México 1993

Severi C. Dame Sébastienne et le Christ Fléché. Iconographie et Mémoire rituelle: le cas du Nouveau-Mexique, Horizontes Antropolόgicos, XIV, 29, 43-66, Enero-junio 2008

Taussig M. Shamanism, Colonialism, and the Wild Man: A Study in Terror and Healing, University of Chicago Press, Chicago 1987

Verdone L. Il pensiero come terapia, Paoline, Milano 2014

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Santa Muerte e Migrazione (Articolo in Spagnolo) + Nuovi Link

Altar de la Santa Muerte. Foto: Eduardo González Velázquez

[Riproduco questo interessante articolo da Proyecto Diez MX – LINK e segnalo altre pagine che ho scoperto nelle ultime settimane sulla Santa, Tepito, altri altari a Città del Messico – link 1: 5 altari della Santa Muerte da visitare – link 2: conoscere Tepito – link 3: il quartiere di Santa Julia – link 4: riassunto di notizie giornalistiche sulla S.M. – link 5: riassunto di notizie (2010) sulla S.M. (ma da un Blog cattolico!) – link 6: barrio Tlaxpana – quartiere degli altari (di tutti i tipi)]

Por: Eduardo González Velázquez (@contodoytriques)*

12 de julio del 2013. ¡Ahí viene la curva debemos bajarnos! Es el grito ensordecedor deTomás un hondureño que se encaramó a La Bestia desde Huehuetoca, Hidalgo y piensa llegar hasta Oregon, “ya me falta menos” comenta con entusiasmo, después dedos meses de camino desde su natal Comayagua donde el desempleo se instaló como un miembro más de su extensa familia y terminó por catapultarlo fuera de su terruño.“Han sido semanas difíciles pero vale la pena, si me hubiera quedado en mi pueblo, mi familia y yo nos moríamos de hambre”.

A mitad del camino, y sin la seguridad de poder cruzar a Estados Unidos y eventualmente obtener un empleo, sus comentarios suenan con optimismo. Tomás no viene solo lo “acompañan” tres salvadoreños. Los cuatro se detienen en el cruce de las calles Juan de la Barrera y Colima a un costado de las vías del ferrocarril en el corazón de Las Juntas, municipio de Tlaquepaque en la Zona Metropolitana de Guadalajara (ZMG).

Miran el trajín de automovilistas y transeúntes mientras comienza a caer la tarde.“Sabemos que en este lugar debemos bajarnos para que la policía no nos detenga, si nos agarran nos extorsionan como ha sido a lo largo del viaje”. De ahí caminarán hasta la avenida Inglaterra al poniente de los patios de ferrocarriles para trampear de nueva cuenta al tren; pero antes comerán y se asearán en el comedor de la organización no gubernamental FM4-Paso Libre, si tienen suerte seguirán su camino este mismo día, de lo contrario permanecerán en la ciudad dos o tres noches más. Momentos previos a continuar su recorrido por la ZMG los cuatro exiliados económicos pasan a santiguarse al santuario de la Santa Muerte.

Es lunes a las cinco de la tarde. En el pequeño santuario (una habitación de 16 metros cuadrados) no cabe un alma más, los casi doscientos feligreses se arremolinan a las afueras disputándose un mejor lugar “para estar cerca de la Flaquita”. El rezo del rosario y los consejos para solucionar diversos problemas ofrecidos por el sacerdote Ricardo generan gran expectación cada inicio de semana.

Entre las decenas de los cuerpos tapatíos alzan la cabeza cuatro centroamericanos que con voz en pecho piden por acceder a un futuro negado en sus países. Para Miguel, de oficio albañil y dueño de la pequeña casa que alberga al templo, el gentío en el recinto es consecuencia de la nueva figura de la Santa Muerte de casi dos metros de altura traída desde la Ciudad de México, “ahora sí con esta figura la gente viene mucho más”. Incluso hay días que se ofrecen hasta dos rosarios de mañana y tarde.

En la Iglesia de la Santa Muerte tienen cabida hombres, mujeres, homosexuales, ancianos, migrantes, pobres, drogadictos, alcohólicos, punks, emos, cholos, ex presidiarios, narcotraficantes, indigentes, trabajadoras sexuales; en fin, esos que son ignorados por otras Iglesias. “La Niña le abre sus brazos a todos. Ella no juzga. Candy (como le pusieron a la nueva figura) ayuda y consuela”, dice Sonia, esposa de Miguel, mientras carga al menor de sus dos hijos de apenas año y medio de edad.

El culto a la muerte no es ajeno a los mexicanos, ha estado presente en nuestra geografía desde tiempos prehispánicos; igual que en otras latitudes su culto irrumpe con cotidianidad. Se instaura entre los vivos para defender su lugar. Así como para los pueblos mesoamericanos la muerte se significaba como el preludio de una nueva vida, el arranque del camino para alcanzar “el lugar donde de verdad se vive”; de ese modo los migrantes buscan asirse a la Niña Blanca para garantizar una “nueva vida”.“Nosotros le pedimos a todos los santos para que nos ayuden a llegar, aquí en Guadalajara sabemos que le rezan a santo Toribio y a la Santa Muerte”, afirman los salvadoreños al tiempo que se retiran la gorra para ingresar al santuario.

Pasada la conquista española y los turbulentos siglos XVI y XVII, a finales del siglo XVIII aparecieron las primeras referencias de la veneración a la Santa Muerte en el centro de la Nueva España. Pero fue hasta la segunda mitad del siglo XX que su devoción comenzó a rozar las dinámicas de exclusión, sea la pobreza, sea la migración, sea la violencia. Aunque algunas referencias ubican al estado de Hidalgo como el lugar de donde comenzó a irradiarse su fervor, hoy en día su culto encuentra arraigo en varios estados de la República: Guerrero, Veracruz, Tamaulipas, Campeche, Morelos, Jalisco, Estado de México, Sinaloa y el Distrito Federal.

La Santa Muerte la representa una figura masculina o femenina vestida con túnica blanca larga de satín que solo deja descubierto su descarnado rostro y sus esqueléticas manos, rematada con una corona de oro en la cabeza. Generalmente en la mano derecha porta una guadaña con la que “cosecha las almas”, un rosario, y una balanza que representa la justicia; en la mano izquierda lleva un pequeño mundo y un reloj de arena.

Para el sacerdote Ricardo, la figura representa a San Juan Bailón ataviado como la muerte, y no tiene duda que su culto es católico como lo demuestran las oraciones realizadas durante el rosario. Los colores que salpican a la Santa Muerte tienen significados diferentes: negro, protección; rojo, amor; blanco, protección para la familia; azul, protección para los estudiantes; dorado, para obtener dinero; verde, para solucionar problemas legales; y morado, para tener salud. Hay imágenes y figuras que tienen todos esos colores y representan los siete poderes. A la Niña Blanca Santita se le ofrecen dulces, cervezas, tequila, fruta, pan, cigarros, puros, güisqui, flores, veladoras.

En los dos santuarios ubicados en Tlaquepaque, el de Las Juntas y el de Las Pintas por la Antigua Carretera a Chapala en su cruce con San Onofre en la colonia la Huizachera, conviven la pobreza y la urgencia económica con la devoción y la esperanza. Los servicios municipales brillan por su ausencia. Las empolvadas calles circundan centenares de casas a medio terminar. Los fétidos olores emanados de los ríos del desagüe metropolitano saturan el olfato. El templo de Las Pintas se inauguró el 22 de julio de 2012.

En su interior tiene dos hileras de bancas con seis filas cada una. Varios posters le dan vida a las blancas paredes. En el muro junto al altar mayor están colgados dos crucifijos con un Cristo cada uno; la parte central la domina una gran figura de la Santa Muerte coronada cubierta con un tul blanco colocada en el interior de una vitrina de cristal, en sus manos porta el mundo y la guadaña. Junto a ella se mira una alcancía con la leyenda:“Gustas cooperar para el abono de cada mes de su (sic) casa de la Santa Muerte. Gracias”. En el centro del lugar hay una pila bautismal.

A la entrada se venden veladoras negras, rojas y blancas. Antes de ingresar al santuario y toparse con un guardia mal encarado, se puede leer a un costado de la entrada: “Santa Muerte extiende tu mano y guarda tu espada. Transmuta dolor en alegría. Aparta peligros y males de este devoto tuyo que busca la luz para estender (sic) la vida antes de la partida”.

Los devotos a la Santa Muerte se auxilian de varios libros para rezarle, por ejemplo el Librito de Oraciones Dedicado a la Santísima Muerte Mi Protectora. En su interior se pueden leer:

“Gracias flaquita mía por permitirme ver la luz de un nuevo día, como agradecimiento, te prometo pensar en ti, te ofrezco esta oración para que mis peticiones sean escuchadas, mi confianza es para ti”.

“Oh, Santa Muerte, ángel de Dios, te doy gracias en forma alegre y por los favores que me as (sic) concedido, en especial en esta jornada de acción y reflección (sic). Te pido por mis seres queridos y por mis enemigos, por la paz en el mundo y por la pronta sanación de los enfermos. Amén”.

Los días del rosario, Miguel presta a los asistentes varias fotocopias con las oraciones que deben rezar.
La Flaquita es ecléctica. Sincrética. Sin duda a lo largo de nuestra historia el culto a la muerte ha tenido adhesiones, fracturas y desbandadas. Lejos se encuentra de representar un culto homogéneo.

A querer o no la Santa Muerte como icono popular ha trascendido fronteras a través de diferentes maneras, una de ellas es la ruta migratoria. En la ciudad de Phoenix, por ejemplo, encontramos muy extendido su culto convirtiéndose en un referente común en casi todas las yerberías del oeste de la ciudad.

No obstante que el santuario de la Santa Muerte levantado a un costado de las vías del ferrocarril es un pequeño local de paredes despintadas, poca ventilación, una estrecha puerta de acceso, y con una iluminación precaria ofrecida por un par de focos uno a la entrada y otro pendiente de un árbol; es el recinto al que acuden los migrantes porque el ubicado en la Huizachera les queda muy lejos, además en el ferrocarril no pasan por ese barrio. En su interior se miran dispuestas veinticinco figuras de varios tamaños de la Flaquita.

Al fondo hay un altar sobre una mesa con un mantel negro y unas cortinas de terciopelo rojo. A un costado está la figura de la Santa Muerte de color negro circundada por veladoras, otras figuras más rodean una alcancía para las limosnas. Abundan las cubetas repletas de flores sobre todo con rosas rojas. Los muros se decoran con posters, y dibujos a lápiz y a color, montados en marcos elaborados en “la penal”, comenta Miguel. Junto al altar principal se mira otro pequeño donde se posa una Santa Muerte blanca cubierta por billetes de dólares.

En Las Juntas los migrantes dan uno de sus últimos brincos en la penosa travesía por la “frontera vertical” mexicana. De aquí los futuros “sin papeles” tomarán el tren por la ruta del Pacífico, la más larga pero la “menos peligrosa” hasta alcanzar la frontera norte de nuestro país. “De Guadalajara salimos con la bendición de la Santa Muerte”, dice Tomás minutos previos a perderse en la inmensidad de las vías del ferrocarril.

* ihuatzio@hotmail.com
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Santa Muerte Patrona dell’Umanità. Una presentazione scritta.

Revista devocionDal blog della casa editrice Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri una breve presentazione del culto e del libro Santa Muerte Patrona dell’Umanità. Santa popolare o setta satanica? Madonna delle mafie e dei narcos messicani o protettrice dei più deboli e dei dimenticati? Un culto ancestrale di origine azteca oppure un feticcio commerciale 2.0? Tante sono state le accuse e tanti i falsi miti diffusi in questi anni che ancora oggi la Santa Muerte risulta un fenomeno sfumato e incompreso (link al suo blog).

Due, forse 5 o 10 milioni sono i devoti del culto che più preoccupa la Chiesa in America. La chiamano Niña Bianca o Bonita (Bimba Bianca o Carina), Patrona, Flaquita (Magrolina) o Hermosa (Bella), ma resta sempre Lei, la Morte scarnificata con il saio francescano indosso, la falce e il mondo tra le mani ed il fedele gufo ad accompagnarla. Lei ti protegge, ma prima o poi ti porta via. E’ democratica perché non fa distinzioni tra ricchi e poveri. E’ potente perché l’ha creata Dio, ma sta sopra ai santi e a tutti i comuni mortali.

Dal Messico agli USA, dalla Spagna all’Argentina, una Santa controversa e miracolosa sta conquistando le anime della gente dopo secoli di clandestinità e un decennio di invasioni mediatiche su TV, giornali e internet. Da santa border line a icona globale grazie al web: la Muerte messicana, inesorabile, assume ogni giorno nuove forme e arriva a penetrare le subculture giovanili e l’immaginario del narcotraffico, la cosiddetta narcocultura. Ma le sue origini e la sua storia hanno più a che vedere con le forme di sincretismo e di resistenza popolare all’imposizione religiosa e culturale dei conquistadores spagnoli che con le mistificazioni strumentali della stampa messicana ed estera.

SantaMuertePatrona_copertinamezzaE attenzione, non bisogna confondere la Santísima con la tipica Calavera, con i teschi e le figurine della morte del disegnatore Guadalupe Posada, né con il tradizionale Día de muertos (Giorno dei morti) cattolico che in Messico, grazie all’assimilazione controllata di elementi delle culture indigene e alle politiche di Stato, è diventato Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO e ineguagliabile attrazione turistica. Questa è la morte addomesticata.

Qui, invece, parliamo della Patrona dell’Umanità che non è un patrimonio di pochi, ma una devozione popolare dalle mille sfaccettature che non si lascia inquadrare e cooptare negli schemi classici. Parliamo della Signora di Tepito, il barrio (quartiere) slum e il mercato a cielo aperto più famoso dell’America Latina dove la dignità non si vende, però la vita e la morte vanno a braccetto, in un’eterna sfida tra comari.

Quando la morte si fa presente nella società, sconvolta da oltre 80mila morti in 6 anni per la guerra ai cartelli dei narcos, ecco che anche il suo culto ritorna. Forse importata dall’Europa durante la conquista spagnola, contaminata dalle tradizioni afro-cubane della santería e dall’anima postmoderna e caotica dei quartieri marginali di Città del Messico, la morte santificata è folclore, cultura, religione, storia e politica. E’ il Messico profondo sperduto nell’apocalittica globalizzazione. Lei è temuta e amata, venduta e osteggiata, è testarda e vendicativa, salvatrice e viziosa, ma resta sempre la Patrona dell’umanità che ci porterà via tutti. Ed in Messico è già Santa. Fabrizio Lorusso.


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