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Su Altre Voci: recensione di #SantaMuerte Patrona dell’Umanità

3d648-santamuerte[Ogni tanto pesco in rete una recensione in sospeso liberamente nel web di Santa Muerte Patrona dell’Umanità, libro che nel 2016 è stato ristampato ed editato in versione eBook. Questa è di Michele Castelvecchi per Altre Voci (non conosco la data) – F. L. – Leggi sotto o scarica dal Link recensione-santa-muerte-altre-voci]

“Non si può raccontare il Messico, si può solo credere nel Messico. Con amore e con rabbia ma soprattutto con totale abbandono”. (Carlos Fuentes)

Un’immensa varietà di razze, culture, lingue legate da un filo comune: la Mexicanidad, una sorta di “filosofia del vivere”, poggiata su radici molto antiche e profonde e su un grande attaccamento alla propria memoria. Tutte cose di cui forse altrove si è un po’ persa traccia e di cui si sente la mancanza e che qui invece sono il quotidiano.

A un primo impatto, per chi viene da fuori, per lo straniero, può sembrare tutto magico o surreale. Ma è solo una impressione superficiale, tanto che secondo la convinzione di alcuni intellettuali locali, se Kafka fosse vissuto a Città del Messico, avrebbe fatto il cronista di un giornale locale…. Continua a leggere


Prologo di Pino Cacucci al libro NarcoGuerra

Copertina NarcoGuerra Fronte (Small)[Prologo del libro di Fabrizio Lorusso,NarcoGuerra. cronache del Messico dei cartelli della droga, Odoya, Bologna, 2015, pp. 416, € 20 (€ 15 Sito Web Odoya)] – Prologo di Pino Cacucci

Secondo un vecchio detto che i messicani amano ripetere, “como México no hay dos”. Per molti versi è vero, che il Messico è unico e irripetibile. Ma la realtà odierna dimostra purtroppo che il paese è anche schizofrenicamente sdoppiato: esistono due Messico. Perché qualsiasi viaggiatore, viandante o lieto turista affascinato dalla sua incommensurabile bellezza, può tranquillamente attraversarne migliaia di chilometri senza mai percepire un clima di violenza sanguinaria. Eppure… esiste anche l’altro Messico, quello che Fabrizio Lorusso sviscera nei suoi reportage, nei suoi approfondimenti giornalistici, nei racconti di vita quotidiana. E lo fa con esemplare giornalismo narrativo, che attualmente è l’unica fonte di informazione attendibile, non essendo schiava di una gabbia ristretta di “battute” né di censure, o meglio di autocensure, perché tutti, quando scriviamo per una certa testata, abbiamo in mente che questa ha un preciso proprietario e quindi certi limiti ce li mettiamo da soli, prima ancora che vengano imposti. Ovviamente, il giornalismo narrativo non può che trovare spazio in un libro, che poi faticherà non poco a trovare uno spazio nell’editoria. Oppure – come è il caso di alcuni di questi scritti – lo spazio se lo prendono su internet, l’universo che ci illude di essere liberi di esprimere qualsiasi opinione: peccato che, siamo sinceri, finiamo per leggerci l’un l’altro, cioè tra quanti una certa sensibilità già ce l’hanno, senza scalfire la cosiddetta “informazione di massa”, che altro non è se non disinformazione massificata.

Esiste, dunque, anche l’altro Messico, dei corpi appesi ai cavalcavia, delle teste mozzate e infilate sui pali, dell’orrore che ormai viene acriticamente ascritto ai “narcos” quando nessuno capisce più se siano effettivamente i ben armati e benentrenados Zetas (in maggioranza ex militari di reparti speciali e mercenari centro e sudamericani con master in centri di addestramento di Usa e Israele), o se si tratti di squadroni della morte, milizie di latifondisti, regolamenti di conti d’ogni sorta, ed eliminazione spiccia di oppositori sociali.

E questa è anche la mia schizofrenia, perché…

Il Messico è dove torno ogni anno per qualche mese e dove vorrei concludere i miei giorni, e se, dopo averci vissuto per anni tanto tempo fa, continuo questo incessante andirivieni, forse è per un inconfessabile timore dell’abitudine: ovunque vivi per troppo tempo, finisci per vederne solo i difetti e non più i pregi. Io vado e vengo perché, come un vampiro, continuo a succhiarne gli aspetti migliori. Troppo comodo, lo so. Ma è così. Amo talmente il Messico, da impedirmi di trasformarlo in una consuetudine, in una routine quotidiana che ne assopirebbe le emozioni: è un po’ come con le droghe, l’assuefazione ti priva di rinnovare la sensazione inebriante della prima volta. Meglio rinnovare la crisi di astinenza – chiamiamola struggente nostalgia – che assuefarsi, svilendo quel miscuglio di energie rinnovate e sensazioni ineguagliabili che mi dà ogni volta che ci torno. Se non tornassi ma rimanessi per “sempre”, temo che l’abitudine spegnerebbe tutto.

Odoya Bandiera messicana coca proiettiliE chiarisco: la semplificazione di “pregi e difetti” è improponibile, proprio perché semplifica l’immane complessità della situazione. Difetti: non si può relegare a questo vocabolo l’orrore dei morti ammazzati. Pregi: quei milioni di messicani che in ogni istante ti dimostrano quanto siano diversi dall’orrore, con la loro sensibilità, creatività, ribellione, resistenza… dignità. La cronaca, purtroppo, privilegia gli orribili e trascura i dignitosi.

Leggendo i coraggiosi scritti di Fabrizio Lorusso (coraggiosi per il semplice e spietato fatto che lui, lì, ci vive e si espone alle eventuali conseguenze) riconosco me stesso come ero trent’anni fa: lodevole donchisciotte che, penna – o tastiera – in resta, affronta i mulini a vento dei todopoderosos di sempre, di ieri e di oggi… E in fin dei conti, oggi, mi appare come un’illusione, il tentativo di informare gli altri sulla realtà, perché la sensazione è che tutti (be’, quasi tutti) se ne freghino, della realtà. Quindi, è un’utopia. Ma cosa saremmo, senza illusioni e utopie?

Nada más que amibas. Saremmo parassiti intestinali, tanto per restare sul campo messicano. Miserabili parassiti assuefatti a una realtà ingiusta e insopportabile. È per questo, che abbiamo bisogno di illusioni e utopie. Persino dell’illusione che, scrivendo, informando, potremmo rendere meno feroce e nefasto questo mondo in cui viviamo. Che è anche l’unico che abbiamo. DaCarmillaOnLine

Leggi l’introduzione del libro: QUI 

Risvolto/Riassunto del libro+Bio: QUI 

Presentazioni del libro e pagina NarcoGuerra: QUI

Scarica PDF Indice + Intro + Prologo del libro: QUI


Santa Muerte Patrona recensita su @lavoroculturale

Santa Muerte meticcia, libertaria e clandestina (dal blog Il Lavoro Culturale) – Di 15 settembre 2014 – Recensione al libro di Fabrizio Lorusso, “Santa Muerte Patrona dell’Umanità“, (Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, 2013).

Sono carne e spirito delle Americhe, sono meticcia, sono figlia di una figlia di una figlia nata dallo stupro dei guerrieri avidi d’oro, perché i Conquistatori non si portarono donne al seguito e violando la carne delle indigene diedero origine a ciò che siamo: non fu vittoria, non fu sconfitta, fu la dolorosa nascita della civiltà meticcia, fusione inestricabile di passato che non passa, memoria che non si spegne, vita che nasce dalla morte e morte che dà la vita…
(P. Cacucci, Viva la vida!, Feltrinelli, 2010, p. 48)

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Santa Muerte Patrona dell’Umanità è un libro meticcio come il culto che indaga. Un’opera impregnata di sincretismo nei contenuti e nelle forme. Racconta la violenza dell’amplesso inferto dai santi cristiani contro Mictecacíhuatl, regina dell’inframundo azteco, e dell’orgia che ne seguì a cui presero parte madonne cristiane e divinità africane yoruba. Con la croce e con la spada s’impose dall’alto la con-fusione dei corpi e degli spiriti, ma ben presto con il meticciato e l’autonomia dei quilombos si reinterpretarono, in chiave resistenziale e dal basso, le violenze subite.

Il culto della Santa Muerte si inserisce a pieno titolo nella babylon di credenze nate in territorio americano a seguito di tali violenze. Per secoli relegata sulle montagne e tra le mura domestiche, la devozione alla Santa, è riemersa come un fiume carsico in piena agli inizi degli anni duemila. Il 31 ottobre 2001 segna la definitiva uscita dalla clandestinità del culto, quando tra le bancarelle del barrio mercato di Tepito (Città del Messico), una donna di cinquantasei anni espone pubblicamente una statua a dimensioni naturali della Santa Muerte. Si chiama Enriqueta Romero Romero, ma tutti la conoscono come Doña Queta, guardiana dell’altare e inconsapevole autrice di un gesto rivoluzionario che ha fatto uscire dall’ombra migliaia di devoti.

Si stima ci siano dai tre ai dieci milioni di fedeli sparsi per il mondo tra Messico, Stati Uniti, Salvador, Guatemala, Honduras, Colombia, Argentina e Giappone. È risaputo infatti che la Santa Muerte non conosce confini, o meglio: non li riconosce. Se ammettesse la loro esistenza, tollerasse le dogane, i metal detector e i visti sul passaporto, la sua libertà verrebbe continuamente condizionata dalle interminabili file per il permesso di soggiorno, dalle ore d’attesa nei gate degli aeroporti e dalle perquisizioni. Che di certo bloccherebbero l’imbarco di quella sacca da hockey, dal contenuto registrato come attrezzo sportivo, in cui si nasconde la fedelissima falce.

Pensate poi cosa dovrebbe inventarsi se, dopo aver fatto visita a un anti-castrista cubano di Miami, volesse recarsi in tutta fretta dal cugino, rimasto a Cuba e fedele al regime. I voli per l’isola dal suolo a stelle e strisce sono vietati e il giro della morte a cui sarebbe costretta la porterebbe a far scalo in Centro America o in Canada prima di approdare nel paese dellaRevolución.

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Una volta atterrata, esausta dalla tanta fatica che gli interessi di governo le impongono, non ci penserebbe due volte a godersi, in un qualche secaderos di Viñales, un puro in compagnia di sua cugina Yemayá, la regina dei mari e degli dei. Tutto ciò contribuirebbe a minare la sua maniera di lavorare che si fonda su principi democratici e libertari che non contemplano distinzioni di classe, genere o nazionalità.

La clandestinità per la Santa rappresenta infatti una scelta politica che garantisce l’abolizione del privilegio e l’orizzontalità della decisione. Per i suoi devoti invece è una costrizione imposta dall’alto. Molti di loro, alcune migliaia di messicani, hanno varcato frontiere illegalmente e esportato il culto negli Stati Uniti. Altri sono caduti sotto i colpi di fucile dei pistoleros texani. Altri ancora sono stati costretti per secoli dalle autorità statali ed ecclesiastiche a mantenere il culto segreto e a non praticare pubblicamente la propria devozione. Sempre per necessità e non per scelta.

Fabrizio Lorusso racconta questo e molto altro con uno stile semplice e un linguaggio orizzontale che abbraccia più voci: la sua, quella dei devoti incontrati nel quartiere di Tepito e in giro per il Messico, quella dei media che manipolano la realtà in modo sensazionalistico e quella sotterranea della Santa, che si può solo credere d’intuire tra le righe del testo. Ma il grande merito dell’autore sta nel forzare la mano del genere, ibridare la scrittura e creare quel sincretismo letterario che dà profondità all’opera e allo stesso tempo la rende perfettamente fruibile.

Santa Muerte Patrona dell’Umanità è, infatti, un saggio, perché rappresenta uno degli studi sul campo più approfonditi sul culto messicano della Santa Muerte; ma è anche un diario di viaggio, perché l’autore è abile a dare testimonianza orale e visiva del percorso che l’ha portato ad avvicinarsi al barrio bravo di Tepito, alla sua gente e alla santa; ed è ancora un testo di denuncia sociale dal basso, perché prende posizione contro l’autoritarismo e la smania centralizzatrice di Chiesa cattolica e governo messicano, sintesi estreme del dogma religioso e della cultura istituzionalizzata. Non c’è dubbio che il culto della Santa Muerte, che si fonda su pratiche democratiche e libertarie – fuggendo personalismi e commercializzazioni – abbia trovato nella scrittura critica di Fabrizio Lorusso una voce complice per raccontare la sua storia.

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GHOST TRACK

Santa Muerte in Valle d’Aosta – Espace Populaire, 10 gennaio 2014

Da Tepito, el barrio bravo di Città del Messico, alle montagne innevate dell’ovattata Aosta. La Santa Muerte rossa è arrivata in visita nella regione a statuto speciale per portare un po’ di passione. Qualcuno ha provato a spiegargli la bufala del francese e la differenza tra l’UV-Union Valdôtaine e UVP-Union Valdôtaine Progressiste ma era poco interessata ai partiti e ai giochi di potere intorno alla lingua d’oltralpe. Non ha detto quasi nulla per tutta la serata, ma si è informata sulle condizioni dei nordafricani che lavorano tra le vacche e la neve in alpeggio. In chiusura d’incontro ha borbottato una frase in spagnolo, che molti non hanno sentito e i più non hanno capito: «ver crecer las flores desde abajo no es tan malo como todo el mundo cree»[1].

[Questo testo è già apparso pubblicato sul “l’Unità” del 5 febbraio 2014]

[1] Traduzione: «vedere crescere i fiori dal basso non è poi così male come tutti credono». In A. Prunetti, Il Fioraio di Perón, Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, 2010, p. 113, Oreste minaccia di morte Alfredo con una frase, scritta su un foglio con lettere ritagliate dai giornali, che recita: «El nieto del florista verá crecer las flores desde abajo», trad. «il nipote del fioraio vedrà crescere i fiori dal basso», ovvero sdraiato in un fosso.


Santa Muerte Patrona a Bologna. Libreria Trame, 12 Luglio Ore 12

SantaMuertePatrona_copertinamezzaQUANDO: Sabato 12 Luglio alle 12

DOVE:
 alla libreria Trame in via Goito 3/C a Bologna

COSA
presentazione + aperitivo del libro di Fabrizio Lorusso “Santa Muerte Patrona dell’Umanità” (Stampa Alternativa / Nuovi Equilibri, 2013).

CHI:
 l’autore ne parlerà con la scrittrice Marilù Oliva.

“Santa Muerte”
 è un libro sul Messico e sul culto alla Santa popolare più controversa, amata e perseguitata degli ultimi anni nelle Americhe e nel mondo. La Muerte scheletrica, con la sua falce e il mondo tra le mani, è la vera patrona dell’umanità ed in Messico è già santa, nonostante la Chiesa la combatta strenuamente. Questo libro è  un saggio, un diario di viaggio e un testo di giornalismo narrativo. Ci spiega le origini della devozione, la storia e i significati di quest’icona messicana che è diventata globale nell’ultimo decennio e che ormai ha 10 milioni di fedeli.
OLYMPUS DIGITAL CAMERAFabrizio Lorusso vive a Città del Messico da oltre 12 anni e fa il giornalista free lance per media italiani e messicani, il traduttore e l’insegnante. Ha studiato un master e un dottorato di ricerca in Studi Latino Americani, è redattore della rivista web CarmillaOnLine e autore del libro reportage “Le macerie di Haiti”, scritto con la giornalista Romina Vinci. Attualmente lavora a un nuovo libro: NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga. Ha partecipato con il racconto “Mia” alla collettanea “Nessuna più. 40 scrittori contro il femminicidio” a cura di Marilù Oliva. In Messico ha pubblicato una raccolta di poesie in spagnolo che si chiama Memorias del mañana.
Marilù Oliva vive a Bologna e insegna lettere alle superiori. Ha scritto cinque romanzi, di cui tre dedicati al personaggio della Guerrera: “¡Tú la pagarás!” (Elliot, 2011), finalista al Premio Scerbanenco, “Fuego” (Elliot, 2011) e “Mala Suerte” (Elliot, 2012), gli ultimi due vincitori del Premio Karibe Urbano per la diffusione della cultura latino-americana in Italia. L’ultimo romanzo è “Le Sultane”, appena uscito per Elliot. Ha scritto un saggio su Gabriel García Márquez, “Cent’anni di Márquez. Cent’anni di mondo” (CLUEB, 2010). Collabora con diverse riviste letterarie, tra cui Carmilla, Thriller Magazine, L’Unità online.
Blog Santa Muerte Patrona (LINK)
Tepito_30_sett_2011 096 (Medium)

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