La Miracolosa Santa Muerte Messicana sulla Rivista Query

RAI nina

(Segnalo anche qui sul blog Santa Muerte Patrona quest’ottimo articolo tratto dalla rivista query – Pubblicato: 6 luglio 2015 – Postato in: Rivista – Tags: miracoli, paranormale religioso, Santa Muerte)

La miracolosa Santa Muerte messicana – Articolo di Stefano Bigliardi e David Byström, tratto da Query 21 – Un viaggio nel paranormale religioso.

Da più di un decennio l’attenzione degli studiosi di America Latina e di nuovi movimenti religiosi è attratta dalla diffusione della devozione per una santa non canonica che dal Messico si sta estendendo al mondo intero attraverso le comunità di migranti: laSanta Muerte. I fedeli, secondo alcune stime, si conterebbero nell’ordine dei cinque milioni1.

La Santa Muerte è fondamentalmente rappresentata come uno scheletro vestito di una tunica. Partendo da questi due elementi di base si può presentare con gli attributi e gli oggetti più disparati. Anzitutto i colori dell’abito variano e si riferiscono a diversi poteri di cui si sostiene sia dotata; tra gli altri, il nero indica protezione dai pericoli, il verde appoggio nei problemi legali, il giallo aiuto con le questioni di denaro, il rosso intercessione nelle questioni d’amore; e c’è anche una versione policroma, con sette colori, quindi “tuttofare”, con sette poteri. Spessissimo tiene in mano una falce e regge il globo terracqueo, ma è rappresentata anche con una bilancia, accompagnata da un gufo, alata, con una clessidra, con arco e frecce; si conoscono pure versioni in motocicletta, nella posa della Pietà di Michelangelo, e persino incinta.

Camminando per le strade messicane la Santa si può incontrare spesso e in molte forme. Come statua o statuetta collocata in un altare, ma anche come dipinto murale e come tatuaggio o gioiello. I fedeli si riferiscono a lei con numerosissimi appellativi e vezzeggiativi, tra cui la Flaquita (“magrolina”) e la Niña Blanca (“bimba bianca”). Le vengono offerti dolci, frutta, candele votive (in genere riportanti la sua stessa figura, e nei colori corrispondenti ai poteri menzionati), sigarette, sigari, bottiglie di alcolici, che letteralmente si accumulano davanti alle sue immagini. Di lei si dice che sia molto milagrosa, miracolosa. L’atto di tatuarsela è un modo, oltreché di manifestare agli altri la propria fede, di ingraziarsela e ringraziarla.

L’origine di questa devozione è controversa. Per sostenere che si tratta della sopravvivenza di un culto per una divinità precolombiana della morte occorrerebbe dimostrare una continuità, ma la ricostruzione storica si arresta al diciottesimo secolo con l’incerta attestazione dell’adorazione di alcune figure scheletriche. La devozione per laNiña non coincide con la celebrazione del tipico Día de los Muertos messicano, e la sua immagine non deve essere confusa con quella della Calavera Catrina, lo scheletro in abiti femminili con cui l’incisore José Guadalupe Posada (1852-1913) caricaturizzava la borghesia francesizzante dei suoi tempi. La chiesa cattolica la condanna: è un controsenso teologico, sostiene, adorare la morte se Cristo la sconfisse. Ma i fedeli, che spesso vivono la propria fede in questa santa non canonica come integrata a quella cristiana e non opposta ad essa, ribattono che la morte è potentissima perché appunto nemmeno Cristo le poté sfuggire. La devozione per la Santa Muerte non gode di buona stampa. I giornali spesso e volentieri la presentano come legata al crimine e al narcotraffico. Proprio sulla base di questa associazione, come operazione simbolica contro i narcos, ma anche per compiacere la chiesa cattolica (peraltro in crisi in America Latina, in cui vanno invece affermandosi le chiese evangeliche) negli ultimi anni, il governo messicano ha dato ordine all’esercito di distruggere numerosi altari, spesso con il pretesto dell’illegalità della loro costruzione.

Se gli studiosi sono in dubbio e divisi riguardo alle sue origini, sono però sostanzialmente concordi rispetto alla sua funzione sociale. La Niña Blanca non è solo la “santa dei narcos,” i signori della droga che di fatto controllano ampi settori del Paese, ma piuttosto della povera gente, degli abbandonati, degli ultimi, e in generale di chiunque si senta precario e insicuro nella difficilissima società messicana: gli stessi narcos come i poliziotti, ma anche i carcerati, i venditori, le casalinghe, le donne delle pulizie, i disoccupati. Ovviamente nulla esclude che pure una celebrità del mondo dello spettacolo o comunque una persona facoltosa e di successo senta di essere in qualche modo a rischio e le si voti. In fondo il concetto di precarietà è soggettivo, o meglio, data la fragilità della condizione umana, è universale.

La Niña non è affatto una figura a cui si chiede la morte di qualcuno ma piuttosto protezione, o un favore, un’intercessione che si avrebbe pudore a chiedere a un santo cattolico ufficiale, come il ritorno di una persona amata. L’idea di base è che la morte equivale alla giustizia assoluta perché non fa distinzioni sociali. La morte personificata e santificata ha il potere di evitare o rimandare la tua morte specifica, o, se proprio è suonata la tua ora, ti concede di andartene in modo indolore, rapido, senza terrore.

Tra gli esperti più noti della Santa vi è lo statunitense Andrew Chesnut, autore di un libro pubblicato originariamente in inglese e con una casa editrice prestigiosa. Tuttavia questo studio è più famoso che profondo, e occorre non ignorare la copiosa produzione di saggi accademici in spagnolo, soprattutto di taglio sociologico ed etnografico; la prima monografia di ampio respiro e documentata sia negli archivi sia sul campo si deve alla messicana Katia Perdigón Castañeda. Infine, chi legge l’italiano ha il privilegio di poter accedere all’agile e ben documentato libro di uno studioso e giornalista, Fabrizio Lorusso, profondo conoscitore del Messico, in cui vive e lavora da più di tredici anni2.

La devozione ancora non è strutturata né tantomeno ha una teologia ufficiale, pur abbondando i libri devozionali e di ritualistica (così come un ricco merchandising che va dalle candele alle statuette passando per cosmetici e gioielli). Si può piuttosto descrivere come “raggrumata” attorno a numerosissimi altari, il primo dei quali ad acquisire una grande visibilità fu quello di Tepito, noto quartiere popolare (e malfamato) di Città del Messico, dove una devota, Enriqueta Romero Romero, nel 2000 decise di esporre una statua della Niña fuori dalla sua abitazione e la vide ben presto omaggiata da stuoli di altri fedeli. Un decennio più tradi, un tentativo di istituzionalizzazione a cui la stampa diede un certo risalto fu quello del controverso David Romo, sedicente ex dipendente dell’aviazione messicana il quale, autonominatosi “arcivescovo” e cercato il riconoscimento ufficiale da parte dello Stato (riconoscimento accordato e poi ritirato in base a un cavillo legale), cercò soprattutto di raccogliere fondi per la costruzione di un megasantuario di quella che aveva battezzato Chiesa Santa Cattolica Apostolica Tradizionale Messico-USA. Le sue ambizioni crollarono definitivamente nel 2012, quando fu incarcerato per rapina, sequestro ed estorsione. È degno di nota che, a dispetto del richiamo alla “tradizione” evocato dal nome, Romo, ovviamente a caccia di visibilità e di denari, ma anche sfruttando l’associazione dellaSanta con chiunque sia discriminato, avesse manifestato con molta enfasi l’apertura della ISCAT Mex-USA (così l’acronimo spagnolo) alle coppie dello stesso sesso, che peraltro già godono del diritto di sposarsi e adottare almeno nella capitale del Messico.

Un altro dei centri di devozione più noti alle cronache è il Tempio della Santa Muerte Internazionale, situato a Tultitlán, nello Stato del Messico. Il Messico, come forse non tutti sanno, è una repubblica federale; lo Stato omonimo si trova un poco più a sud del suo centro e ne abbraccia a nord est e ovest la capitale, Città del Messico, il cui smisurato territorio ha lo status di distretto federale (a sud l’enorme urbe confina invece con lo Stato di Morelos). Il Tempio fu fondato da un personaggio molto controverso, il Comandante Pantera o Padrino Endoque, che su un terreno regalatogli da una fedele fece erigere una statua3 della Santa Muerte alta 22 metri; in quel luogo, battezzato Tempio della Santa Muerte Internazionale, il Pantera, noto anche per il suo amore per auto, abiti, e ristoranti di lusso, conduceva regolarmente cerimoniali di preghiera appunto alla Santa. Il Comandante, che di nome faceva Jonathan Legaria Vargas, inaugurò il Tempio il 28 dicembre del 2007. Il 31 luglio del 2008, uscendo dalla stazione radio presso cui conduceva un programma dedicato alla Niña Blanca, fu assassinato, crivellato di colpi nella sua auto. Aveva ventisei anni. Da allora la madre, Enriqueta Vargas Ortiz, ha assunto il suo ruolo nel Tempio.

Ho incontrato la Santa Muerte per la prima volta sotto forma di mural nel mio quartiere nei primi mesi della mia vita in Messico, in cui mi sono trasferito per lavoro nel novembre 2013, ed ho immediatamente cercato di saperne di più, attraverso letture, domande ad amici e conoscenti messicani appartenenti a diverse classi sociali, e soprattutto visite a luoghi della Santa. Già il primo maggio 2014 ho assistito ad un affollatissimo rosario celebrato presso l’altare di Tepito, scambiando qualche parola con Doña Enriqueta, la sua famosa custode (ogni definizione in termini di “sacerdotessa” o simili è fuorviante e non corrisponde né alla sua funzione di fatto né al modo in cui si propone ai fedeli: è semplicemente una fedele tra i tanti, che per prima decise di esporre la sua effigie sulla strada).
Ho visitato il Tempio di Tultitlán domenica 25 gennaio 2015, in compagnia di un altro appassionato al tema, lo svedese David Byström (sua la documentazione fotografica in queste pagine) e del già menzionato Fabrizio Lorusso. Ero deciso soprattutto a indagare che tipo di miracoli vengono attribuiti alla Niña Blanca, anche attraverso una conversazione con la Madrina più serrata e strutturata di quella avuta mesi prima con la custode di Tepito sua omonima.

Tultitlán si può raggiungere dalla capitale con un modernissimo treno metropolitano. Nel giro di mezz’ora di viaggio si ha l’impressione che il paesaggio cambi. Gli edifici sono più bassi di quelli di Città del Messico, le strade meno affollate, i taxi sono di una compagnia non operante nella capitale. Il Tempio, che in realtà è un piccolo complesso, si affaccia su una grande strada raggiungibile dalla stazione con pochi minuti di taxi.

../new/images/a/v/santa_muerte03.jpgQuando arriviamo il cancello principale è ancora chiuso e si accede al cortile interno attraverso un negozio in cui si vendono statuette e immagini della Santa ma anche del Comandante Pantera. Annessa al negozio è una stanza con varie statue sempre della Santa provviste di inginocchiatoi. Notiamo che sulle loro vesti sono appuntate con degli spilli diverse fotografie, probabilmente di fedeli miracolati. Nel cortile interno spicca l’enorme immagine nera a braccia spalancate. A dire il vero ha un che di artigianale e naif più che di macabro, al mio occhio è più ingombrante che imponente, o meglio le dimensioni del cortile non consentono di allontanarsi tanto da poterla ammirare interamente così che, più che svettare, incombe. Più tardi ascolteremo che volge il volto a oriente per riempirsi di “buone vibrazioni e armonia,” e la Madrina ci racconterà che l’ha fatta pitturare di nero dopo la morte del figlio (in precedenza era bianca). Ai piedi dell’effigie nera un’edicola dorata: una targa informa che ospita l’altare privato del Comandante; ne scorgeremo l’interno solo poco prima di iniziare la cerimonia, quando una delle addette al Tempio ne scosterà le tende interne. Davanti all’edicola si accumulano le offerte. Prima del rituale viene collocata al suo fianco anche una statua del Comandante, in precedenza ospitata nel negozio, che spicca per i suoi occhi verdi piuttosto realistici4.

Di fronte all’immagine gigantesca e all’altare sono collocati dei tavoli e, dietro di essi, file di sedie di plastica, su cui si accomoderanno i fedeli, sotto una tettoia. A sinistra della statua, per chi la guarda di fronte, si trovano diverse edicole, anch’esse piuttosto artigianali, ciascuna ospitante una o più statue della Santa stessa, che si suppongono dotate di diversi poteri, come già sappiamo, a seconda del colore delle vesti. Le visitiamo con una giovane donna piuttosto corpulenta che ci fa da guida. È lei ad informarci di una delle peculiarità dei riti del Tempio di Tultitlán. Uno dei piccoli edifici è pieno di statue ed immagini danneggiate della Santa. Il Comandante credeva che la rottura di una statuetta o comunque di un monile della Santa segnalasse un pericolo imminente da lei “assorbito” in tutto o in parte. In tal caso si prescrive quindi di portare l’effigie in questione al Tempio e collocarla in tale spazio, detto “cimitero delle Santas Muertes,” dove rimane a “scaricarsi” per un po’ dell’”energia negativa” per poi venir sepolta sotto il tempietto stesso con un apposito cerimoniale.

Gironzolando ancora un po’ osservo i coloratissimi murales che decorano l’edificio d’ingresso, in cui si cerca di creare una continuità iconografica tra il culto della Santa e le tradizioni religiose precolombiane. Questa filiazione, come ho già spiegato, è lungi dall’essere stata dimostrata scientificamente, ma spesso i fedeli hanno un certo zelo nel menzionarla, alla ricerca forse di una narrazione storica forte, nazionale, “nobilitante” (e forse anche influenzati dagli stessi studiosi che li incalzano con le loro domande). La Madrina è rappresentata in veste di sacerdotessa, e la morte come una divinità maya o azteca. Riesco anche, non visto, ad aprire una porticina sul retro della statua colossale e a dare una furtiva occhiata all’interno, cavo ma con impalcature, e apparentemente adibito a ripostiglio. Mi pare di sentirci anche il fruscio di qualche volatile.

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La cerimonia comincia con un po’ di anticipo. In sottofondo si sentono da vari minuti canzoni dedicate alla Santa e al Comandante. Più tardi verrò a sapere che le parole sono state scritte dalla madre stessa di Legaria. Noi ci siamo già accomodati sulle sedie di plastica. La Madrina arriva accompagnata da un capannello di fedeli e di assistenti, uno dei quali indossa persino una maglietta ufficiale con la dicitura Tempio della Santa Muerte Internazionale; è una donna di non alta statura, snella, i capelli lunghi e tinti di biondo, gli zigomi apparentemente rifatti, vestita in modo giovanile con abiti aderenti. Come ci racconterà più tardi è la proprietaria di un bar-karaoke; fin dall’inizio mi sembra più una “scaldapubblico,” un’animatrice, che una sacerdotessa, e c’è un filo di istrionismo, ma anche di autoironia, nel suo modo di fare. Le persone sono più di un centinaio (conto approssimativamente le sedie, e molti fedeli sono in piedi), e sono, a giudicare dall’aspetto, di classe bassa o molto bassa. C’è anche un giovane uomo visibilmente alcolizzato, dagli abiti e dal viso luridi e sciupati, che estrae una bottiglia da un consunto e sporco zainetto. Prima dell’inizio ho visto almeno due fedeli avvicinarsi agli altari sulle ginocchia, una consuetudine che mi era nota già dai tempi della visita a Tepito. Numerosissimi i tatuaggi dedicati alla Santa. Molti fedeli portano le proprie statuette o i propri monili affinché siano benedetti (lo fanno anche per conto di altre persone che non possono essere presenti) e tali oggetti sono collocati sui lunghi tavoli di fronte alle sedie.

All’inizio della cerimonia la señora Enriqueta chiede chi sia lì per la prima volta e così ci presentiamo al microfono. Essendo gli unici stranieri riceviamo un caloroso benvenuto, siamo invitati ad interagire tanto con la Madrinaquanto con i fedeli al termine della cerimonia, e anzi alcuni già si avvicinano e alzano le magliette per mostrarci i tatuaggi. È evidente che questa comunità sa già molto bene come comportarsi con studiosi e visitatori esterni, ma non mi illudevo certo che saremmo stati i primi. Finalmente comincia il rituale, anche se l’inizio suona più come una illustrazione del culto5 a nostro uso e consumo, in cui Enriqueta soprattutto insiste sulla sua diffusione mondiale. La Madrina sottolinea anche che “qui non ci sono poliziotti o militari o delinquenti [sic] ma solohermanos, fratelli!” ed esorta tutti a scoprirsi il viso. Poi si entra nel vivo e la Santa viene “destata” battendo su un tamburo, soffiando in una conchiglia, facendo scrosciare un “albero della pioggia” e applaudendo. Seguono invocazioni (la Madrina grida, la folla ripete), padrenostri, esortazioni, benedizioni, il tutto guidato da Enriqueta con un microfono mentre legge da un “breviario” sostenuto da un leggio di legno pitturato d’oro con vernice spray. Alle sue indicazioni i fedeli si alzano, si risiedono, si inginocchiano, alzano le mani al cielo, le portano al petto, chiudono gli occhi, si rialzano, si stringono vicendevolmente la mano in segno di pace come nelle ordinarie messe cattoliche. La Santa Muerte viene evocata, esaltata, supplicata. Il Comandante viene evocato ed invocato come intercessore rispetto alla Santa. Enriqueta termina con una esortazione a non arrendersi, a rialzarsi, ad “aiutarla [la Santa] ad aiutarci” e invita a godersi la vita proprio perché non si sa quando giungerà la morte. Assicura, con la solita ironia, che la sua benedizione durerà “almeno una settimanina”, giusto il tempo di rivedersi.

Al termine della cerimonia chi vuole si mette in fila e si fa benedire ulteriormente, lasciandosi aspergere di acqua benedetta e mettere una mano sulla testa da Enriqueta che mormora una rapida invocazione. Alcuni si fanno benedire direttamente il portafoglio. Io e David partecipiamo a tutto il rituale inclusa quest’ultima parte, anche se io a tratti prendo appunti e non ci mettiamo in ginocchio. Ai fedeli è offerto anche del cibo gratis, e su indicazione della stessa Enriqueta riceviamo un bicchiere di Coca Cola e un piatto di polistirolo con un po’ di pollo e riso.

Enriqueta benedice alcune automobili parcheggiate davanti al Tempio poi ci riceve al primo piano dell’edificio che ospita il negozio, dove la intervistiamo per più di un’ora. Parla con la sicurezza e la rapidità di chi ha ripetuto gli stessi concetti molte volte, alcune parti sembrano quasi apprese a memoria. Veniamo a sapere che suo figlio Jonathan oltre ad essere guida del Tempio aveva un’officina meccanica per la revisione delle automobili, ma anche dei ristoranti e altri non meglio specificati “commerci” o “affari” (negocios), che il suo soprannome “Pantera” era dovuto a un grosso tatuaggio sul braccio sinistro, che era anche un biker, e che il nome “Endoque” designava un grado della santería, una forma di religione sincretica tipica dei Caraibi e dell’America Latina, cui apparteneva (in effetti quella della derivazione dalla santería, o di una graduale commistione con essa, è un’altra delle ipotesi sull’origine della Santa Muerte). La Madrina ci descrive Jonathan come una figura ineguagliabile, indomabile, integra, intelligentissima, già in grado di leggere a otto mesi, e sottolinea che il figlio non era un delinquente legato al narcotraffico ma è stato ucciso da un poliziotto. Uno dei tratti in cui si manifestava la devozione di Jonathan già da bambino era il suo rifiuto per le effigi di Gesù crocifisso: lo staccava sempre dalla croce per non vederlo soffrire (“Lo faceva con un affetto che non ti immagini”). Narra Enriqueta di avere giurato alla Santa che se le avesse consegnato il colpevole6 lei avrebbe dedicato la sua vita ad espandere il culto, e così è stato. Racconta anche che la sua fede nella Santa si è sviluppata dopo l’assassinio del figlio, in precedenza non lo comprendeva e se ne pente molto. Sostiene che anche lei è stata fatta oggetto di diversi attentati, falliti per intercessione dellaSanta e del figlio, sia con armi da fuoco sia con il veleno (“A proposito, volete un biscottino al limone? Non so bene chi me li ha portati”. Li accettiamo e li sbocconcelliamo di mala voglia).

Enriqueta ha parole di apprezzamento per la custode dell’altare di Tepito sua omonima, ma critica duramente David Romo (che voleva, sostiene, “mettere al posto dell’immagine della Santa quella di sua moglie” da cui l’indignazione del Pantera), così come ha parole aspre anche per la chiesa cattolica: lei continua a credere in Dio, precisa, ma non nei preti, e non ha più “la mente chiusa dei cattolici”. È ancora arrabbiata per la morte del figlio, tanto con i colpevoli quanto con Dio. La Madrina ha gli occhi lucidi, a tratti è monologante ed elude le domande, ma anche spiritosa (“La stampa mi calunnia. L’altro giorno hanno scritto che benedico le pistole per trecentopesos. Balle! Le benedico gratis! – Scherzo”). È orgogliosa della sua famiglia, il marito è avvocato, una figlia è laureata in diritto e specializzata in balistica, un’altra è laureata in pedagogia. Ci racconta anche di molti problemi di salute che tuttora la tormentano. Come durante la cerimonia pubblica ci tiene molto ad accentuare l’internazionalizzazione crescente del culto, il senso di fratellanza che vi si esperisce, e l’estraneità alla delinquenza.

Ma insomma, se è molto miracolosa, che tipo di prodigi compie la Santa Muerte? La Madrina ne ha parlato durante la cerimonia, e cerco di indurla ad approfondire il tema anche durante il nostro colloquio. Anzitutto, sostiene, protegge i suoi fedeli dalle minacce fisiche. Questo tipo di protezione può consistere ad esempio nel mandare a monte un attentato, ma a volte un avvenimento come questo più che da un intervento della Santaderiva da un fatto sociale, sottolinea la Madrina, ossia che i fedeli si rispettano tra loro e si proteggono: “cane non morde cane”, “se qualcuno prova ad attentare contro un figlio della Santa Muerte o lo arrestano o lo ammazzano”. Già la ragazza che ci aveva fatto da guida al nostro arrivo aveva attribuito alla Santa Muerte il fatto di essere scampata a una sparatoria, e la Madrina ci racconta episodi simili, riferiti tanto a sé quanto al figlio. La Santavestita di rosso aiuta invece a trovare o ritrovare coniugi e amanti, come già sappiamo. Ma in generale i miracoli che compie sono guarigioni da malattie credute incurabili, o la salvezza da sinistri e infortuni; la Madrina ci ripete l’esempio, già da lei menzionato all’inizio della cerimonia, di un incidente di autobus in cui tutti i passeggeri periscono ma un fedele della Niña si salva, o di una rapina ad un autobus in cui tutti vengono derubati ma non un fedele7.

Tanto dal sopralluogo a Tultitlán quanto dagli scritti di altri ricercatori si evincono alcune caratteristiche salienti del tipo di interventi nelle vicende umane che vengono attribuiti alla Santa scheletrica. Anzitutto manca una narrazione principale e fondante, come si ha invece nelle devozioni popolari di Medjugorje o di Fatima (o, per restare in Messico, della Vergine di Guadalupe8. La Niña Blanca è una santa senza agiografia. In altre parole, non è legata a una storia specifica, non è apparsa per la prima volta a qualcuno in un luogo in particolare e in un dato giorno, né compie un miracolo ripetuto e circostanziato (come la presunta liquefazione del sangue di San Gennaro o la “pulsazione del sole” e le apparizioni di Medjugorje appunto). Inoltre i miracoli che le vengono richiesti e attribuiti presentano quello che definirei un basso tasso di soprannaturalità: si tratta di eventi mondani come il successo negli affari, trovare lavoro, mantenere quello che si ha, o il ritorno di una persona amata. Nel caso in cui tali avvenimenti si siano effettivamente realizzati è il fedele che vi sovrappone l’idea di una interecessione della ossuta protettrice, ma gli avvenimenti di per sé possono ben essere creduti da chi abbia una mente scientifica e scettica. Anche i casi in cui i fedeli sostengono di essere guariti o scampati alle pallottole di per sé possono rientrare nel raro senza necessariamente sforare nel soprannaturale. I favori di questo tipo, nello spagnolo messicano (e in particolare nel gergo dei quartieri popolari), sono detti paros, singolare paro, dal verboparar, che significa fermare o arrestare; ma il termine si trova anche nell’espressione paro cardíaco, arresto cardiaco, il che ancora una volta sottolinea la profonda ambiguità della figura della morte, che può arrestare tanto un problema quanto il corso della vita tout court.

È importante poi sottolineare che le guarigioni sono piuttosto l’oggetto di testimonianze, racconti individuali e spontanei da parte dei partecipanti alla cerimonia, piuttosto che di ostensioni o esibizioni durante la cerimonia stessa. La Madrina non fa promesse specifiche e non guarisce “in diretta” né (come ha anche sostenuto in risposta a una nostra domanda esplicita) si presenta come dotata di poteri particolari. Le benedizioni individuali al termine della cerimonia ci sono sembrate più un momento di spiritualità a tu per tu con la Madrina che un rituale terapeutico.

Un altro punto che è importante toccare sono le presunte apparizioni della Niña Blanca. Finora non si sono dati episodi di visioni collettive, come nel caso delle presunte manifestazioni mariane note a chi conosce un po’ la devozione popolare cattolica. Quando i fedeli sostengono di avere visto la loro protettrice, si tratta generalmente di episodi individuali e spessissimo appartenenti alla sfera onirica. La stessa Enriqueta ci ha raccontato di un suo sogno, o visione avuta durante un momento di preghiera molto intensa nel quale la Santa le sarebbe apparsa con l’aspetto di un uomo di cui solo metà del volto era visibile, spiegandole di essere stata costretta da Dio, controvoglia, a prendere suo figlio. Nello stesso sogno le sarebbe apparso anche un arcangelo impegnato in una lotta contro i demoni.

Un altro tipo di presunta manifestazione della Santa cara ai fedeli è quella nei giochi di luce di una fotografia, nel fumo, nelle conformazioni di macchie di varia natura (un po’ come nel caso dei volti di Gesù che apparirebbero sul pane tostato e sui muri, celebri soprattutto negli Stati Uniti). A questo tipo di apparizioni è dedicato un certo spazio in diversi numeri di una rivista, Devoción a la Santa Muerte, in mio possesso (e non più pubblicata). Anche in questi casi sembra che si registri il basso tasso di soprannaturalità prima menzionato: i sogni sono, dopo tutto, esperienze private e naturali, e una macchia di qualunque tipo può ben essere percepita come somigliante alla figura della Santa Muerte senza necessariamente credere nella sua esistenza come entità soprannaturale.

Riassumendo e intepretando. Gli studiosi di religioni sanno bene come queste abbiano la capacità di cambiare in modo sorprendente, quanto a credenze, riti e strutture, spesso senza che chi le vive dall’interno se ne renda direttamente conto o lo ammetta. Nel caso della Santa Muerte stiamo assistendo al momento aurorale di una devozione che ancora cresce dal basso e si diffonde orizzontalmente, senza una gerarchia centralizzante o una teologia ufficiale. Non si esclude che queste ad un certo momento si affermino. Per il momento, “guide” come il Pantera o sua madre, attorno a cui si creano raggruppamenti locali di fedeli, si propongono più come figure di predicatori carismatici e punti di riferimento spirituali che come guaritori o maghi. Esiste sicuramente un effetto di induzione reciproca alla credenza (ovvero, la guida ripete in continuazione quanto la Santa sia miracolosa e i fedeli finiscono per vederne la manifestazione in qualche fatto personale) ma sono ancora i fedeli a “portare i miracoli al tempio” più che il contrario.

Indubbiamente già in un contesto relativamente piccolo come il Tempio di Tultitlán si è creata attraverso una credenza religiosa una microstruttura di potere, e un certo interesse economico non è assente (a partire dalle vendite del negozietto, alle cui entrate anche noi ricercatori abbiamo contribuito con vari acquisti). Non neghiamo, ovviamente, che la figura della Santa di per sé sia soprannaturale. Sulla questione della vera natura dei commerci e dei contatti del Pantera, se altri ce n’erano oltre, o sotto, a quelli del Tempio e delle attività menzionate dalla madre, non abbiamo abbastanza elementi per sbilanciarci, e del resto non era nostra intenzione occuparcene direttamente (a rigor di logica, se anche esistessero poteri e fenomeni paranormali, nulla impedirebbe che anche un delinquente ne fosse dotato). Tuttavia è importante sottolineare che nel nostro sopralluogo non abbiamo assistito a nessuna manifestazione quale la promessa e la materializzazione in pubblico di un evento descrivibile come soprannaturale seguite da una retribuzione corrisposta al sacerdote o guaritore. In linea con le osservazioni della maggior parte dei ricercatori che si sono occupati della Santa possiamo attestare che i “miracoli” a lei attribuiti, che rimangono ancora sul piano del racconto e non si traducono in ostensioni, materializzazioni, o comunque esibizioni “a richiesta”, esprimono soprattutto i bisogni, i desideri e le inquietudini delle frange più deboli di una società molto difficile e iniqua.

Enriqueta Vargas Ortiz è sì una consumata predicatrice ma non una guaritrice, ed è, soprattutto, una madre che ha perso il figlio e che per sua stessa ammissione non ne ha superato la morte. Per ora, anche all’occhio dell’indagatore scettico, i miracoli della Santa Muerte sono più da capire empaticamente da un punto di vista umano e sociale che da smascherare.

Note

1) Si tratta della stima indicata anche da Andrew Chesnut (vedere oltre nell’articolo).
2) Si veda la bibliografia in fondo all’articolo.
3) La statua sembrebbe composta di pannelli di cartone montati su una impalcatura in metallo, ricoperti di chapopote, o asfalto, e dipinti.
4) Durante la nostra intervista la madre del Comandante a una precisa domanda ha sostenuto di non ricordare con esattezza chi fosse l’artista che ha concepito la statua, che fosse un lavoro collettivo (“due o tre persone”), e che comunque al figlio si dovesse il progetto principale e la coordinazione. Nel suo libro (si veda la bibliografia) riporta invece che l’autore della gigantesca Santa Muerte e della statua del figlio sono la stessa persona, che però non desidera menzionare.
5) Si noti che “culto”, termine con cui gli esperti di nuove religioni vanno molto cauti in quanto negativamente connotato, è la parola che la Madrina stessa usa, uguale in italiano e spagnolo (occorrerebbe indagare più a fondo su eventuali oscillazioni semantiche e sulla ragione di questa sua scelta lessicale: mi chiedo se anche questo non sia un uso indotto dalle domande degli studiosi o dal lessico giornalistico).
6) Enriqueta non ha mai fatto nomi durante il colloquio ma ha descritto l’assassino come “un elemento di alto rango della polizia, squadra antisequestri”. Con “consegnare” (il verbo da lei usato è lo spagnolo entregar) credo intendesse riferirsi a “svelare l’identità” più che a “consegnare fisicamente”. In un momento successivo dell’intervista la Madrina ha sostenuto che il mandante non fosse stata la chiesa (cattolica – per cui pure ha avuto parole molto dure), che quel “cattivo poliziotto” si fosse sbagliato, e che comunque avesse già ricevuto il suo castigo. Queste affermazioni erano piuttosto confuse. Non ho comunque scavato sull’identità dell’assassino e del mandante perché non era la priorità della mia indagine.
7) Giornalmente, al ritorno dal lavoro prendo di solito due autobus. Chi mi legge può immaginare come mi sia sentito all’ascoltare questi esempi.
8) Presumibilmente avvenuta tra il 9 e il 12 dicembre 1531, su una collina a nord di Città del Messico. La Vergine di Guadalupe è oggetto di una fervente devozione ed è rappresentata con enorme frequenza, come ben sa chi abbia almeno visitato il Messico. Nella mia via conto due altarini, e un terzo si trova nel cortile della casa in cui vivo.
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Riferimenti bibliografici
  • Chesnut, Andrew. 2012. Devoted to Death: Santa Muerte, the Skeleton Saint. New York and Oxford: Oxford University Press.
  • Lorusso, Fabrizio. 2013. Santa Muerte. Patrona dell’umanità. Viterbo: Stampa Alternativa.
  • Perdigón Castañeda, Katia. 2008. La Santa Muerte: protectora de los hombres. Conaculta/Instituto Nacional de Antropología e Historia, Messico.
  • Vargas, Enriqueta. 2011. ¿Quién mató al Comandante Pantera? (Edizione autonoma, Messico).
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Informazioni su Fabrizio Lorusso

Giornalista frelance e docente universitario latinoamericanista Vedi tutti gli articoli di Fabrizio Lorusso

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